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Archivi del mese: luglio 2010

THE RAVEN – Il film su Villa Pastore

Grazie ad Alessandro Gavazza. Questa pagina è tratta dal suo sitohttp://www.markalstudio.it/.

  

ALESSANDRO GAVAZZA regista

Nasce il 26 giugno 1983 a Novi Ligure.Ha frequentato il liceo classico presso il liceo Plana di Alessandria.Attualmente frequenta la facoltà di Dams presso l’università di Torino.All’ attivo ha diversi cortometraggi tra cui “THE BITTEL” pubblicato su cortoweb.it.Appassionato di misteri e di paranormale ha curato la regia e la sceneggiatura di THE RAVEN.Gestisce inoltre un portale di diffusione della musica emergente:www.markalstudio.it.Ha prodoto un cd di musica Black Metal con la sua etichetta MARKAL.

La lavorazione di The Raven ha coperto complessivamente un periodo di tempo di circa tre mesi.Le riprese sono iniziate il 31 agosto e sono terminate il 30 novembre.The Raven nasce da un soggetto di Pierguido Grassano,vero e proprio scopritore della villa.Pierguido aveva letto su internet dell’esistenza di questa villa e ha deciso di andare a visitarla.Appena resosi conto della straordinaria atmosfera ha deciso di coinvolgere gli amici fra cui me.Da subito ci siamo appassionati della villa e delle singolari voci che giravano,abbiao intrapreso un vero e proprio lavoro di indagine facendo qualche interessante scoperta. I risultati del nostro lavoro sono riassunti nella sezione: La vera leggenda di villa pastore.La sceneggiatura e dello stesso Grassano con una mia revisione.”

 

 

 

CLICCANDO SULL’IMMAGINE QUI SOTTO, VERRETE COLLEGATI DIRETTAMENTE AL SERVER PER VISIONARE IL FILM “THE RAVEN” IN STREAMING.

SE INVECE VOLESTE SCARICARNE LA VERSIONE IN DiVX, SEGUITE QUESTO LINK: http://www.markalstudio.it/%5Bdvx%5DtTHERAVEN-cortometraggio.avi 

IN OGNI CASO LA VISIONE E’ TOTALMENTE GRATUITA

Il mistero di Villa Pastore

LA STORIA

La storia di Villa Pastore è,da sempre,avvolta in una spessa nebbia in cui è difficile riuscire a vedere con chiarezza e a distinguere con certezza la leggenda dalla realtà.I fatti accaduti presso di essa molte volte non hanno un possibile riscontro oggettivo ma vengono tramandate nel tempo.Di questo edificio si sa pochissimo;nonostante le ricerche e le testimoninze di alcune persone non si conosce con certezza la data di costruzione e nemmeno l’anno.E’ dato per certo che sia stata edificata nell’ottocento,dato l’aspetto tipico di quel periodo,non escludo però che sia sorta sopra qualcosa di più antico di cui oggi non v’è traccia.La casa è divisa in due edifici,ribattezzati casa A ,quella con i merletti e le due grosse torri e casa B probabilmente destinata alla servitù.La villa è situata su una collina nelle vicinanze di Valenza,ricca città orafa in provincia di Alessandria.Da tutti i sopralluoghi effettuati ci è stato possibile rilevare alcune cose interessanti:la villa presenta un laghetto ormai asciutto,un obelisco commemorativo della piccola figlia morta di tubercolosi quasi sicuramente privo di cadavere al di sotto,diverse stanze praticabili,una torretta percorribile sino alla sommità e un tunnel lungo una quarantina di metri interrotto a metà da un pozzo profondo;Questo stesso tunnel è collegato all’edificio B ed era utilizzato certamente come ghiacciaia o magazzino attrezzi.La cosa che più sconcerta di Villa Pastore è la sensazione che si avverte quando ce la si trova davanti:tutte le persone presenti ai sopralluoghi hanno avvertito una sensazione di malessere e di ansia.Questo fastidio scompariva davanti all’obelisco,dove si avvertiva pace e tranquillità.Questo fatto può essere ritenuto sciocco ma io stesso ho visto miei compagni farsi il segno della croce davanti alla lapide pur essendo dichiaratamente atei..Questa negatività è spiegata dagli appassionati di occultismo dalla presenza di spiriti del male all’interno del perimetro della villa e vicino all’obelisco vengano scacciati dallo spirito buono della piccola.Tutte espressioni su cui è difficile esprimere un giudizio.

 

GLI AVVENIMENTI DELLA VILLA

Nel 1873 Villa Pastore viene investita dal primo(?) grave lutto:Elisa Pastore viene uccisa dalla tubercolosi all’età di due anni.Di questo fatto ce ne dà notizia la lapide commemorativa per cui è da ritenersi senz’altro veritiero.Dopo questo tragico fatto si sarebbe verificata la morte del fratello avvenuta in circostanze misteriose:sarebbe crollata una delle torrette(non abbiamo appurato quale delle due sia) mentre il giovane stava suonando il pianoforte.Preaao il cimitero di Valenza è presente questa lapide:

Come si legge il giovane GIOVANNI ANTONIO PASTORE è nato il 13 Gennaio 1870 e morto il 3 Novembre 1883 quindi all’età di tredici anni.La foto,concessa da Gian Guido Zurli, testimonia inequivocabilmente che un giovane della famiglia Pastore è deceduto in giovane età e che li sarebbe seppellito.E’ il fratello di Elisa?Non mi sento di darlo per certo,comunque il periodo è il medesimo,il cognome è uguale.Non si sa di cosa questo ragazzo sia morto,per il crollo di una torretta durante una lezione di piano? E’ plausibile che un tredicenne,nell’ottocento suonasse il piano e se ciò fosse vero,questa lapide diventa ancora più inquietante.La sintassi dela lapide è molto simile a quella di Elisa,questo però non dimostra che esse siano correlate.Restano le voci sulla presenza dell’altare commemorativo del giovane nei sotterranei della villa.

Alcuni testimoni hanno descritto i sotterranei(prima pratcabili)come un lungo tunnel che portava verso il centro della villa e che sarebbe sfociato in ua stanza in cui vi sarebbe trovata la tomba del fratello..Si parla di un ricco altare collocato al di sopra del sepolcro e di una lapide commemorativa.Nelle cronache locali non vi è traccia di questo avvenimento per cui non si può dare per certa neanche questa notizia.Le altre notizie certe,o perlomeno plausibili sono la ristrutturazione della casa avvenuta presumibilmente negli anni 80 e il verificarsi di alcuni singolari fatti.Testimonianze dirette hanno confermato che effettivamente diversi anni fa erano stati avviati lavori di consolidamento delle torri e di ammodernamento.Non appaiono però segni di prese elettriche e di scarichi moderni.E’ presente però un chiavistello moderno e diversi tasselli di plastica al muro.Il terzo avvenimento tragico accaduto alla villa è il dupilce incidente occorso agli operai durante il lavoro:secondo fonti attendibili sarebbe stato addirittura riportato su alcune testate locali la morte violenta di due operai caduti dalle impalcature e ritrovati in fondo alla collina dopo un volo di alcune decine di metri.Il fatto avrebbe sostanzialmente interrotto i lavori e avviato un’inchiesta.A tutt’oggi non ci è dato sapere nulla circa questa inchiesta.La Villa però assume ora un connotazione oscura,maledetta.Si sono verificate di fatto tre morti violente,forse quattro.Migliaia di voci,leggende e misteri ruotano attorno alla villa:pare che se ci si avviinasse di notte si potesse sentire i lamenti dellla piccola e dei due operai morti oppure si narra di una misteriosa scomparsa di una bambina che,guidata da uno spirito, sarebbe giunta nella villa e,li, sarebe rimasta scioccata a tal punto da rimanere completamente muta.Della storia della villa non si conosce altro,se non che le due guerre hanno minato gravemente la sua robustezza e i terremoti che si sono verificati hanno accelerato il decadimento strutturale della villa.Dall’esame visivo non emergono altri particolari che possano spiegare questi misteri.Come scritto i sotteranei sono inarrivabili poiché le scale d’accesso sono allagate e questo fa presupporre che esse si spingessero notevolmente in basso.Nei sotterranei della villa dovrebbe essere presente il tunnel che la collegava al duomo,in pieno centro città(questo dista dalla villa diversi km!).Pochissimi affermano di averlo visto e nessuno di averlo utilizzato.Sicuramente qualcosa di simile doveva esistere ed era moda diffusa nei tempi antichi collegare con tunnel case nobiliari ai luoghi di culto o di comando militare.In uno dei nostri sopralluoghi abbiamo scattato una serie di foto;una di queste conteneva uno strano alone all’altezza di uno dei merletti.L’interpretazione più ovvia è che si tratti di un difetto della pellicola,lascio a voi ogni commento.La Villa è circondata da ampie mura in cui rientrano alcune nicchie decorate con statue;non siamo riusciti a comprendere dove fosse l’ingresso principale e sospettiamo che non sia quello attuale.Sicuramente la morfologia attuale della villa non corrisponde a quello originale.Abiamo percorso tutti i piani della Villa B senza trovare nulla di interessante(i ladri e i saccheggi hanno devastato la villla)mentre le poche stanze restanti della villa A sono infestate di scritte sataniche e sono raggiungibili da una fragile scaletta,sempre dalla stessa è possibile raggingere la sommità della torre ma sconsiglio vivamente chiunque deicdesse di avventurarcisi.Alla sommità della torre è un balcone con una vecchia(e fragilissima) balaustra in ferro e un piccolo passaggio per accedervi(fatto di una trabalante lastra di pietra).E’ un posto straordinario per godere appieno della vista che la collina offre ma è davvero in cattive condizioni e decisamente pericoloso.La seconda torretta non è più accessibile in seguito al crollo di parte della scala in cemento.

 

LE RIPRESE

Durante la lavorazione non sono sorti particolari inconvenienti e tutto si è svolto nella massima regolarità.Non ci è stato possibile contattare il padrone(sempre che ve ne sia uno) o chi per esso.Visionando più volte il girato non sono venuti alla luce inquietanti extra e pare che nessuno “spirito” abbia deciso di farsi immortalare dalle cineprese! Ovviamente la storia narrata nel film è di pura fantasia,ma la storia che racconta Danny è quella reale della villa.Tutte le riprese della villa,compresi gli interni,si sono svolte interamente a Villa Pastore.

 

IL DUOMO DI VALENZA

Altri testimoni ci hanno parlato di un’apertura presente in Duomo che sarebbe lo sbocco del fantomatico tunnel che inizia alla Villa.Non possiamo confermarlo con certezza poiché non ci è stato possibile effettuare un sopralluogo ma esiste un museo,sempre in duomo,in cui sarebbe menzionata la villa stessa e forse il suo tunnel.Credo infine che possano esistere foto d’epoca della villa o perlomeno di un periodo in cui era sicuramente meno danneggiata.Chi ne fosse in possesso e desiderasse farle pubblicare su questo sito può spedirle a questo indirizzo: staff@markalstudio.it specificando ogni foto.Siamo comunque alla ricerca,tramite biblioteche o giornali di queste foto.

 


 

Ringrazio Alessandro Gavazza per avermi autorizzato alla pubblicazione di questa pagina.

Alessandro è nato a Novi Ligure nel 1983 e si occupa della realizzazione di cortometraggi. Nonostante la giovane età la sua filmografia non passa certo inosservata:

 

2003 – The bittel
2003 – The Raven
2004 – The gazoline
2004 – The duckling
2004 – The fanciful behaviour
2005 – The I.L.C. Illogical Consequence

 

In particolare, per quanto concerne Valenza, “The Raven” parla della famosa Villa Pastore, già fonte di numerose ricerche ed articoli per la leggenda che da sempre viene accostata al suo nome.

Per saperne di più vi invito a leggere quanto segue. Tutto il testo e le immagini sono opera di Alessandro Gavezza.

Dopo la lettura, vi invito a visionare il cortometraggio che Alessandro, con grandissima disponibilità, mi ha permesso di inserire nel sito.

Per sapere di più a riguardo dell’autore, e dei sui lavori, potete cliccare direttamente al suo sito: http://www.markalstudio.it  

Pendolari

PENDOLARI.

 

Due colpetti leggeri di clacson – bip bip – sono il segnale. La madre di Enrico scosta un lembo della tendina a righe della finestra e annuisce verso Gianni al volante: il che significa che Enrico è quasi pronto. Magari dovrà ancora bere d’un fiato il caffellatte, ma arriverà giù prima di un minuto, con un paio di biscotti in tasca. Se invece, oltre ad annuire, la madre fa un vago gesto con il palmo della mano, come a dire “aspetta un attimo”, vuol dire che Enrico si è appena e a fatica tirato su dal letto e, pur rinunciando alla colazione, ci vorranno almeno cinque minuti prima che arrivi, trafelato e con gli occhi gonfi.

In questo caso lui, Gianni, si accende un po’ irritato  la seconda sigaretta della giornata e dà qualche colpo all’acceleratore della sua Golf, per riscaldare l’abitacolo. Vrum, vrum. Fa freddo fuori.

Se la tendina non si scosta: o la mamma di Enrico è morta, oppure lui è già giù per le scale (più probabile la prima).

 

Enrico gli racconta delle ragazze (belle fighe) che c’erano in discoteca la notte prima; Gianni delle ragazze (altre belle fighe) che c’erano in un’altra discoteca sempre la notte prima. Se sono stati nella stessa discoteca non si raccontano nulla, tanto c’è poco da inventare.

Se è lunedì si raccontano le partite della domenica e quanto hanno fatto con la schedina (massimo un undici, una volta). Se le partite sono state veramente interessanti o se ci sono state discussioni tra presidenti, direttori, allenatori, giocatori, tifosi, giornalisti, arrivano a parlarne anche martedì.

Il giovedì cominciano a sognare i programmi per il fine settimana: quali discoteche e quali stadi; il venerdì il programma per la nottata (uno all’Azymut, l’altro allo Starlite). Il sabato non vanno a lavorare, e neanche la domenica, ovviamente. Cosa manca?

Il mercoledì.

Il mercoledì è buco: non c’è niente da raccontare. Il mercoledì ascoltano la radio in silenzio.

 

La benzina, o meglio la tariffa concordata per il carburante, la dividono a metà. Hanno calcolato che ogni giorno, lungo il tragitto dal paese alla fabbrica e ritorno, percorrono 36 chilometri e mezzo; quindi, calcolando che la Golf di Gianni fa i dodici con un litro, si arriva ad una spesa settimanale di circa ventottomilalire (per la precisione ventottomilacentolire – le cento lire le mettono una volta uno, una volta l’altro), e cioè quattordicimila lire a testa.

Ci sarebbe anche l’usura dell’automezzo, il bollo, l’assicurazione e il fatto che sia sempre lui, Gianni, a guidare: e anche questo è un costo, se vogliamo. A volte Gianni lo pensa, ma se ne dimentica subito dopo: gli sembrano cose da ebrei, anche se lui ebrei non ne ha mai conosciuti. E poi Enrico è anche il suo migliore amico, oltre che compagno di lavoro. In pratica ci sono entrati insieme in fabbrica, quattro anni fa.

E da quattro anni, ogni mattina ed ogni sera entrano nella Golf (fino all’anno scorso però Gianni usava l’Errequattro di suo padre, che fa il contadino) e si macinano i trentasei chilometri e mezzo.

Una sera Enrico, stranamente brillante, ha provato a calcolare quanti chilometri vengono fuori in quattro anni: novemilaquattrocentocinquantatre. Quante volte la strada da qui ad Ibiza?  ha chiesto poi a Gianni.

Gianni non lo sapeva, anche per via del mare che c’è in mezzo. Tre, gli ha risposto.

 

Comunque, se proprio non sono accalorati su qualche discussione sulla Juve o sull’Inter (Enrico tiene per la Juve, Gianni per l’Inter; entrambi per i nerostellati del Casale), la radio, una roadstar 230 ds con equalizzatore grafico e dodici stazioni memorizzate, fa da sottofondo per tutto il viaggio.

Di solito ascoltano radiodigèi, con quel pazzoide di Simonetto che (proprio figo) fa tutte le imitazioni da morir dal ridere; tranne il lunedì, quando ascoltano lo sport sul canale nazionale.

Spesso, però, Enrico si porta dietro una paio di cassette – sempre diverse – che gli fa avere un suo amico digèi, con gli ultimi hit della dance internazionale; anche se Enrico dice che i migliori a far musica da (s)ballo sono gli italiani. Gianni, invece, ha solo qualche vecchio nastro dei Pink Floyd o di Lucio Dalla, e la penultima registrazione (ormai risale a quasi un anno fa) di Jovanotti, che gliela aveva regalata una sua ex.

Enrico dice che Jovanotti è un pirla. Lui a volte è d’accordo, a volte no.

 

La guida di Gianni è nervosa. Tutta a scosse: stringe il volante, accelera, scala le marce, friziona, decelera, frena, fa gli abbaglianti al “coglione davanti che non va avanti”, non usa mai le frecce ma spesso il clacson, si tira la cintura in diagonale sul petto e la tiene ferma con la destra solo il tempo necessario per sfilare davanti ad un auto dei carabinieri o della polizia.

Enrico non guida: primo perché la macchina è di Gianni; secondo perché ha solo diciassette anni; terzo perché non gli piace. Aggancia la cintura perché una volta ha sbattuto la testa contro il vetro ad una frenata improvvisa di Gianni per uno stronzo di un gatto che attraversava la strada, e butta le gomme masticate e i mozziconi di sigaretta fuori dal finestrino.

A volte, ritornando verso casa alla sera, gli occhi gli bruciano un po’ e sente un filo di mal di testa; appoggia la nuca al poggiatesta e chiude le palpebre per qualche istante. Cosa fai? dormi? gli chiede subito Gianni. Lui risponde: no, e continua a tenerli chiusi.

 

Gianni veste sempre di nero: pantaloni con le pences e la vita alta, giacchettine corte oppure lunghissime con camicie fantasia (sempre sul nero), stivaletti anni cinquanta e un cappottone col bavero molto ampio. Se non c’è nebbia i suoi occhi sono nascosti da un paio di rayban wayfarer (neri). A volte indossa dei calzini verdi o rossi, che sua madre compera al mercato da un tipo grosso con i baffi che vende biancheria a buon prezzo: tanto non si vedono, sotto gli stivali.

Al polso destro porta un braccialetto di argento con una piastrina con scritto “Johnny”. All’anulare della mano destra, un anello d’oro con la testa a scudo triangolare attraversato da un serpente con la lingua fuori.

Enrico porta sempre jeans (ne ha quattro paia, tutti dello stesso colore: blu, che usa a rotazione); felpe variamente colorate e scritte, anche se la sua preferita è grigia con un grande logo dei Guns & Roses; un chiodo marrone con le pieghe screpolate e i bordi slabbrati e degli scarponcini tipo timberland con la suola a carro armato. Le calze sono dei calzettoni tubolari di cotone da basket: bianchi (però il calcagno è un po’ marroncino a forza di portarle).

Non ha bracciali, se non un grazioso incrocio di fili colorati – un portafortuna brasiliano – comperato da un marocchino sul lungomare di Arenzano.

Hai i capelli lunghi e neri, annodati sulla nuca con un cordino di caucciù; all’orecchio sinistro porta un orecchino da marinaio.

Gianni no, perché suo padre, il contadino, ha detto che se ci prova gli taglia l’orecchio.

 

Gianni ripara gli anelli e, a volte, aiuta il fonditore. Enrico incassa le pietre. E’ svelto e guadagna un po’ più di Gianni.

Alle ragazze che, in discoteca, gli chiedono cosa fanno, rispondono: gioiellieri.

Mani d’oro

MANI D’ORO.

 

Alla fine della terza media, poco prima dell’esame conclusivo, la professoressa di disegno gli ha detto, dondolando la testa dalle ciocche mechate:

- Tu devi continuare a studiare, anzi a disegnare. Tu devi fare il liceo artistico o, almeno, un qualche istituto d’arte.

E ha aggiunto: – Pino, tu hai le mani d’oro.

Questo gli ha detto la professoressa quel giorno, anche se non era la prima volta che gli diceva delle mani d’oro.

Ed è vero: Pino, con quelle sue mani tozze e dalle dita a spatola, quasi sempre sporche di pennarello o di biro, con una riga di nero sotto le unghie e una cicatrice quasi invisibile sul palmo sinistro, disegna in modo straordinario.

Che debba usare le grasse matite o il tenue acquerello, le tempere o i pastelli ad olio; che debba incidere con l’ago la cera o modellare figure con la plastilina e il dash, le sue mani fanno miracoli. Miracoli che vengono poi puntualmente esposti nell’atrio e nei corridoi della scuola, con la sua firma: una grande “P” come un arco teso e, in mezzo, la freccia “INO”, pronta per essere scoccata.

A Pino piace disegnare, anzi gli piace manipolare le cose e usare queste sue mani preziose: invece non gli piace studiare; non ne ha mai avuto una gran voglia. Eppoi vuole cominciare a lavorare, in questa città dove il lavoro non manca mai, per guadagnare sì, ma soprattutto per palpare quella cosa tanto preziosa e splendente e calda che si chiama oro.

Così alla fine di agosto, dopo l’estate passata a intagliare dei tronchetti di ciliegio, Pino entra nella fabbrica del vecchio Fagnoni, per imparare il mestiere dell’incassatore. Cioè forse Pino non voleva fare proprio l’incassatore: ma quando Fagnoni ha visto con quale abilità e precisione sa manovrare quelle dita da contadino, lo ha messo al fianco di Luigino, perché gli insegni i rudimenti per incastonare le pietre nel metallo.

E lui si mette la sua blusa blu cielo – che gli copre i pantaloncini corti e sembra una gonnellina – s’infila le zoccole e si siede sullo sgabello quadrato di legno a imparare.

All’inizio è come a scuola, ma quella elementare: fa le aste come per imparare a scrivere, sul metallo però. Non usa ancora l’oro, si allena su lastre di alpacca e di ottone – che la prima volta che glielo hanno messo in mano pensava fosse oro – a inseguire, con l’unghietta di acciaio, la serie di linee parallele tracciate a matita da Luigino.

Ma Pino è bravo ed ha le mani d’oro. E le linee velocemente diventano griglie e intrecci e poi foglie e fiori, sempre più tortuose e complesse. Ha imparato subito a bloccare, al centro del mastice scaldato sul cannello, la testa di un anello o una maglia di collana, e i suoi fusi sono sempre perfetti, senza una sbavatura.

Lavora tanto e non si stanca mai: dieci, undici ore al giorno, tranne la domenica: il sabato pomeriggio ci sono solo lui e Fagnoni in fabbrica, e Pino lo guarda fare quelle cose meravigliose con il milligrano e impara il battuto, flettendo elasticamente il polso con il martelletto: – né piano né forte, il giusto – gli dice Fagnoni.

Lo pagano poco, perché sta imparando, ma il giorno del primo stipendio a Pino sembra di essere miliardario. Dopo neanche un anno Fagnoni lo ha chiamato al suo fianco per seguirlo da vicino e Pino, con gli occhi degli altri ragazzi più anziani puntati addosso, ha attraversato il laboratorio con passo solenne, abbracciato ai suoi ferri, come un attendente che porta la spada al suo generale.

E finalmente le sue mani, le sue dita risplendono di polvere e minuscole scagliette di oro giallo – anche di quello bianco, che scintilla meno – quando taglia e scopre e prepara le punte che incastoneranno le pietre. Poco più in là c’è la prima pietra che incassa – un brillantino da due punti – la prima di una lunga, lunghissima serie: diamanti e rubini e smeraldi e zaffiri, e anche qualche zircone, nei tempi di magra.

E’ così preso dal lavoro e ansioso di imparare tutte le tecniche, che non si accorge nemmeno del tempo che passa: ormai incassa pietre dodici ore al giorno, il tempo di mangiare un boccone a pranzo e a cena, e poi giù di bulino fino alle undici di sera.

Quando esce passa dal bar in piazza e si beve un caffè, ascoltando indifferente le discussioni sul calcio e i giocatori di carte. A lui non interessa lo sport; e nemmeno il gioco. Non ha molti amici, a parte gli ex compagni di scuola, che ormai ha perso quasi tutti di vista. Non gli interessano nemmeno le donne e non ha più disegnato da quell’ultimo ritratto a carboncino della professoressa, che lei tiene nel suo studiolo, sopra il telefono.

La domenica, quando si stufa di guardare la televisione e non sa proprio cosa fare, gira camminando per la città e guarda la gente ben vestita e le automobili belle lucide sul parcheggio. Pensa che quando sarà più grande si comprerà una grande macchina e anche dei bei vestiti.

 

Di auto ne ha comprate un sacco negli ultimi quindici anni: la prima è stata una renocinque rossa, seguita da una golf grigia, poi ancora una golf (il modello nuovo), poi un’audi, una maserati – ma l’ha venduta quando ha sentito che la chiamavano “il ferrari dei poveri” – una thema e, proprio l’altro giorno, gli è arrivata la mercedes stesciouegon, colore verde petrolio.

Perrone, che è il suo meccanico di fiducia, gliel’ha procurata con un po’ di sconto, ma soprattutto con i cerchioni in lega e l’interno in radica.

Fagnoni è morto quattro anni fa, ma lui se n’era già venuto via: non aveva più nulla da imparare dal maestro, diceva, e voleva anche guadagnare di più, perché le auto e i vestiti costano.

Per un anno ha tenuto il banchetto nello sgabuzzino di casa sua e ci ha passato dentro almeno quindici ore al giorno, in compagnia di un pacchetto di marlboro e di radio digei: ma Pino è bravo e lavora sodo, e poco dopo si è spostato in uno scantinato con un paio di camere più il gabinetto con la turca, e ha messo fuori sulla porta una targa dorata con su scritto:Errepi - come le sue iniziali - Laboratorio Incassatura, e ha preso anche un paio di ragazzini che gli scoprano i pezzi, così lui incassa più in fretta. Guadagna bene ora: i suoi prezzi sono un po’ più alti degli altri, ma il risultato si vede: ha le mani d’oro lui.

Pare che ogni tanto si veda con una certa Nora, una ragazza bionda che ha conosciuto in discoteca a Garlasco, l’unica volta che ci è andato: lei fa la pettinatrice, anche se a lui ricorda la professoressa di disegno, per via delle meches. Probabilmente tra un paio di anni la sposerà, almeno così dice lei.

Tutti i sabato pomeriggio parte con l’auto e va ad Alessandria a comperarsi una camicia, o un paio di pantaloni o un vestito o le scarpe – le cravatte no, perché non gli piacciono, non le mette mai – poi, la domenica, arriva in piazza e parcheggia davanti al bar, scende tutto impettito e va a bersi un caffè, con l’aria di chi ritorna da una grande missione. Dopo, fa uno, due, tre lenti giri della città con la macchina e le scarpe nuove.

Durante la settimana non lo vede più nessuno, perché lui è allo stock a usare quelle sue mani d’oro: ormai esce a mezzanotte e va direttamente a casa; dal caffè ci passa solo raramente andando o tornando da un cliente per il lavoro – e chi lo vede, dice che è un po’ pallido ed ha la barba lunga.

Ogni tanto, nel suo laboratorio, si alza sullo sgabello e guarda fuori dalla finestra la sua mercedes nuova: non è che non gli piaccia, però.

Ci ha messo anche il cellulare, glielo ha consigliato Perrone, e c’è l’antennino fuori che lo conferma, solo che non sa mai chi chiamare e il più delle volte si fa dire l’oroscopo da una bella voce registrata.

La notte scorsa ha sognato – ma sogna raramente – di dipingere un quadro: un quadro con un grande prato verde, illuminato da un sole giallo, una casettina bianca al fianco di un laghetto blu, e lui che spunta dalla strada con un versaceazzurro, al volante di una ferrari rossa.

La cinese

LA CINESE.

 

Lei si chiama Margherita.

Non come il fiore: come la nonna paterna, alla quale il nome era stato attribuito per una lontana simpatia monarchica del padre che, si dice, avesse ricevuto una lode dalla stessa regina, in occasione di una visita ufficiosa presso la zona, per la cura e la pulizia dei campi cui lavorava come bracciante.

Il padre, il nonno, il bisnonno e giù fino alla quinta generazione degli antenati di Margherita, hanno fatto tutti lo stesso lavoro, usando sempre più le macchine al posto delle mani, per seminare, crescere e raccogliere il petrolio della Lomellina: il riso.

Margherita è cresciuta tra l’acqua stagnante delle risaie e le zanzare, appena al di là del ponte di ferro – così perspicacemente chiamato per il metallo con cui era stato costruito – che però adesso è di pietra e cemento.

Dire cresciuta potrebbe sembrare una provocazione nei suoi confronti perché, al contrario delle pianticelle di riso che, nel corso di una estate, si allungano alte, ondeggianti nell’aria, Margherita è rimasta piccola, minuta, quasi fragile.

Ha una bella testa rotonda, gli occhi scuri a mandorla e i capelli tesi e neri, che sembrano lucidati. Il colorito è olivastro, ma spesso è pallida, e gli amici del paese la chiamano cinesinae le dicono, ridendo, di mangiare meno riso. Lei sembra arrabbiarsi ma in effetti la cosa non le dispiace: anzi è orgogliosa di questa sua particolare parvenza esotica, che fa sì che gli uomini – adesso che è una giovinetta – si voltino a guardarla almeno una volta di più.

Il riso, comunque, non le è mai piaciuto: né come alimento, né come mezzo per procurarselo, l’alimento: lo ha sempre detto chiaramente in famiglia – perché è piccola, ma decisa – e nessuno ha mai sollevato convinte obiezioni, tanto più che i suoi fratelli maggiori, Vittorio e Amedeo – la corona, si sa, era di casa – pare che non abbiano altri interessi al di fuori di chicchi e motori di trattori.

Così ogni mattina, alle sette e venticinque, minuto più minuto meno, aspetta sul ciglio della strada, appoggiata al paletto con la scritta della società dei pullman al fianco di un canale con qualche rana superstite, la corriera che la porta a Valenza, dove lavora come pulitrice per una grande ditta.

Si ricorda bene l’emozione e la tensione del primo incontro con la città e soprattutto con la fabbrica: una conoscente della madre, che abitava nel paese vicino, le aveva combinato un appuntamento con il proprietario della grande azienda.

Era stata accompagnata da una gentile segretaria – le aveva fatto i complimenti per i suoi capelli, chiedendole anche che shampoo usasse – nell’ufficio del futuro principale: poi l’aveva lasciata sola; ma subito dopo era entrato lui: l’Ingegnere Sandro Badile, nipote del fu’ Cavalier Antonio Badile, capostipite della famiglia, iniziatore della omonime Oreficerie Badile, nonché socio fondatore della aristocratica Società Orafa Piemontese.

L’Ingegnere, sedutosi pigramente alla scrivania di mogano lucida, nel suo consueto doppiopetto blu con un lezioso spillino del circolo di bridge sul revers, l’ha guardata a lungo, un po’ sornione, socchiudendo gli occhi e tirandosi pensosamente uno dei  baffi sale e pepe.

Margherita sentiva la sedia bruciare e non sapeva dove guardare se non la parete, dove la faccia barbuta del Cavaliere stava ad osservarla, compiaciuto nel suo ruolo di ritratto-di-antenato-appeso-proprio-sopra-la-testa-del-nipote, il quale, alzandosi in piedi di scatto, allungò improvvisamente un braccio verso i suoi capelli e se li fece scivolare tra le dita, dicendo soavemente:

- Lo sai che hai i capelli setosi come una cinesina?

Margherita lo sapeva, glielo dicevano tutti i giorni al paese, ma le sembrò più educato rispondere di no, e anzi pensò di rincarare un po’ la dose di cortesia – in fondo era un colloquio per un’assunzione – aggiungendo, con un timido sorriso, che nessuno glielo aveva mai fatto notare.

Il Badile – che, dimentichiamo di dire, era uno scapolo volontario e aveva un’esagerata sensibilità per il genere femminile, soprattutto se giovane e fresco – si costrinse ad interpretare questa risposta come un invito a continuare così il colloquio e ad approfondire quella conversazione, che si stava rivelando così interessante e promettente.

Aggirò la scrivania e si appoggiò con le terga ad essa: prese una mano di Margherita, la sinistra, poi l’altra – ovviamente la destra – e, tenendole tra le sue, fece finta di osservare con fare professionale quale mansione avrebbe potuto affidarle, ma in realtà notando la loro piccola dimensione – essendo proporzionate al resto della struttura – in riferimento ad una certa cosa che aveva in mente da qualche minuto.

Sentendo la cosa montare, represse un’inezia di imbarazzo facendo un dilettevole commento sulla linea dell’amore e sull’ampiezza del monte di Venere, che Margherita non capì, ma rise comunque lungimirante e un poco più rilassata dalla simpatia che l’Ingegnere le tributava.

Poi volle controllare se anche i piedi, in particolare quello sinistro, avessero quella curiosa composizione di linee e monti e valli notata nelle mani, e accompagnò – conscio e forse un po’ vergognoso della stranezza della sua pretesa – la richiesta con un’altra spiritosaggine che, come l’altra non scalfì minimamente il senso dell’umorismo della impieganda. La quale, stavolta, rise di un riso nervoso e leggermente preoccupato ma, pensando al ritorno a casa senza un contratto di assunzione, si lasciò stringere la caviglia – che aveva nuda come il resto della gamba – e togliere la scarpa, una ballerina comprata per l’occasione al mercato di Mede.

L’istinto, quello dell’ingegnere, ebbe il sopravvento e fu così che, alle undici e un quarto di quel martedì mattina, Margherita si trovò assunta su quella scrivania di mogano.

Tre parole suggellarono ufficialmente quell’incontro :   -Domani alle otto – e Margherita, il giorno dopo, venne messa al fianco di Lucia, la pulitrice anziana delle cinque che, sedute fianco a fianco sugli alti scanni, insaponavano, spazzolavano e lucidavano le oreficerie Badile, e in breve tempo, imparò il lavoro o, per meglio dire, le sue mani piccole e delicate impararono.

Scottandosi nell’acqua bollente per insaponare, tingendosi di nero e di rosso; ispessendo la pelle tra le dita dove il metallo batte più sovente, fino a formare dei noiosi lupini; deformando e consumando le unghie sotto le spazzole rotanti e poi alla sera, finito il lavoro, ancora spazzole e saponi e candeggina che brucia per ripulirsi ben bene: che siano pulite per stringere al ballo quelle di Gianni, il suo ragazzo che fa il meccanico, che le ha invece sempre sporche e unte di grasso.

Non ci sono altre cose da dire di lei, tranne che un giorno è rimasta incinta – molto, troppo tempo dopo la sua assunzione, se è questo a cui stavate pensando – e ha voluto sposare il Gianni, che ne avrebbe fatto volentieri a meno, con il quale ha passato gli ultimi quattordici anni.

Si è arrotondata molto, s’è fatta le mechès sui capelli, la pelle delle mani è un po’  ruvida e nessuno le dice più che assomiglia ad una cinese: nel paese dicono che è perché non mangia il riso.

 

(L’ingegner Badile è morto l’anno scorso, subito sostituito dall’avvocato,  figlio di sua sorella, e nel corso della sua successivamente breve ma intensa vita aziendale, assunse ancora un paio di pulitrici e una cerista.)

In coda

IN CODA.

 

E’ inutile, tanto non riuscirà mai a farsela piacere questa città di caciara e lentezza: non è come a Milano, dove il traffico è sì ingorgato e asfissiante, ma almeno più veloce e disciplinato: i milanesi, si sa, non hanno tempo da perdere, non hanno, e poi sanno guidare.

Guarda la cinquecento giallo semaforo che si incunea alla sua destra occupando un lembo del marciapiedi e si immobilizza nel misero spazio faticosamente conquistato. La signora che la guida, con i capelli in tinta con la carrozzeria, sembra soddisfatta: si accende una sigaretta e sfoglia una voluttuosa rivista di pettegolezzi colorati.

- Ma guardala! – pensa lui con un tono da sputo per terra: e se potesse sputare, sputerebbe.

- Mica si preoccupa lei… come tutti ‘sti burini intorno… c’hanno tempo loro…

Si rende conto di essere l’unico a protestarespernacchiando con il suo potente clacson: anzi qualcuno davanti si volta a guardare chi è che provoca tutto quel casino, che dà fastidio perfino ai pochi storni, appollaiati sugli alberi, che guardano l’acqua zozza del Tevere, scivolare gelatinosa e viscida e grigia.

Sono già un dieci minuti buoni che è fermo, bloccato tra una fiatuno e un furgoncino renault bianco crema – a forma di supposta – che gli impedisce di vedere oltre: la lunga fila di auto che si snoda sul lungofiume.

Lo sapeva che era meglio girare al ponte prima, no?

E’ famoso l’ingorgo che si crea in questi trecento metri verso l’una: vanno tutti a magnà, a quest’ora.

Della capitale e dei suoi abitanti salverebbe forse un paio di cose: lo stadio, dove ha visto una mitica partita Roma-Juventus, e i rigatoni con la pajata - tre, va’, con l’abbacchio allo scottadito; tutto il resto è da buttare. Il traffico prima di tutto, poi i Romani, con la loro altezzosità di cittadini caput mundi, che ancora non hanno capito che i tempi sono cambiati e che hanno finito di mangiarsi i nostri soldi; e anche i gioiellieri – buoni quelli! – come questo deficiente di uno che ha appena visitato.

Un’ora lo ha fatto aspettare, in quella saletta dove già stazionavano un altro paio di rappresentanti – con le facce rosse e contadine dei vicentini – con i quali ha intavolato una accalorata discussione sugli eterni interventi di ristrutturazione delle autostrade, in particolare nel tratto Bologna-Firenze.

Non si può più andare avanti così: no, non si può più andare avanti così. E anche l’altro, il più giovane, agitando le mani grosse come vanghe: non si può più andare avanti così. Ma ancora per poco eh? Sì, sì, ancora per poco. E’ finita. E’ finita la cuccagna.

Coi vicentini, ci si intende almeno su questo punto: loro hanno la liga e noi c’abbiamo l’Umberto.

Finalmente arriva; verso le dieciemmezza, con lo sguardo ancora infarinato dal sonno, e biascica due parole con la sua brutta voce nasale, invitandolo sul retro dove ha una stanzetta che usa come ufficio.

- Ahò, prima che me fai vedè, te devo da dì ‘na cosa.

Alza il telefono e schiaccia il due, parla con una commessa.

- Monica?… ciao cara, senti… portame la parure de rubini che sta in casciaforte… er morto… eh?… no. Quella co’ i rubbini secchi secchi… brava, e anche due caffè… lo vuoi il caffè no?

Annuisce pensando che sarà già il terzo della giornata: oggi è meglio contenersi un po’, non come ieri che se ne è bevuti sette. L’ultimo, al bar dell’albergo – uno dei tanti dove a rotazione alloggia – dopo la cena leggera e prima di un po’ di tivù in camera, sempre con un occhio sul bambino, la valigia che accudisce proprio come un infante.

La valigia che deve proteggere proprio come un.

La valigia da cui dipende proprio come un.

C’è la cassaforte in albergo, ma preferisce così: il bambino dorme meglio in camera, e così lui.

E’ arrivato ieri sera da Firenze: è il suo solito viaggio mensile: dal Piemonte attraversa in una settimana l’Emilia e la Romagna, scende in Toscana – una tappa a Viareggio e una appunto a Firenze – e da lì arriva fino a Roma; poi dietrofront diretto a casa, che più in giù a farsi sparare lui non ci va mica.

Le altre settimane le dedica rispettivamente alla piacevole Liguria – mare e sole e clienti duri ma simpatici -, all’asmatica e scostante Lombardia, e al dolce Triveneto – dove forse ci vivrebbe anche, per le belle donne, il buon vino e le strade comode.

Autostrade sparate come proiettili, con gli occhi attaccati allo specchietto, paura di vedere la stessa auto alle spalle per troppo tempo; con gli occhi agganciati alla mezzeria di vernice, macinare i chilometri in fretta, prima che sia buio; con gli occhi a scrutare il ciglio della strada,una paletta che intima l’alt, finanza o carabinieri, veri o falsi.

La coda sbuffa in avanti per una decina di metri e poi si blocca di nuovo: si è spostato un po’ più verso il fiume, mentre la signora della cinquecento e rimasta fortunatamente indietro, nascosta da un fuoristrada che ospita un rampante al telefono.

Accende la radio e una sigaretta, getta uno sguardo al bambino, la cui maniglia spunta da sotto il sedile di fianco al suo: deve fare un tragitto breve e metterlo dietro nel vano blindato dà troppo nell’occhio. Nella tasca interna della giacca gli balla un piccolo astuccio di anelli, che ha dovuto togliere dalla valigia per farci stare i resi del cliente: non solo la parure con i rubini secchi, ma anche tre bracciali, quattro paia di orecchini e una spilla – vecchia di almeno quattro anni – gli ha dovuto rendere.

A malincuore, ha detto.

- O senti, che te posso dì? Nun va gnente, è tutto fermo.Co’ ‘sta cagnara de’ tangientopoli, li mejo clienti nun se fanno più vedè. E’ ggià tanto se riesco a rifila’ un po’ de orifficeria a ‘ste quattro casalinghe che vengheno a mostra’ er culo…

Chiaro.

Tanto s’era capito che l’andazzo era questo: domani ritornerà a casa con più roba di quando era partito, e senza neanche un ordine, con una bella fila di commissioni delle balle, di anelli da mettere a misura, di castoncini sbrecciati da riparare, di pietre smarrite da sostituire. E la valigia si è riempita ancora di più: trabocca adesso.

Un paio di ragazzi in moto riescono a sgusciare tra le pareti metalliche delle auto in coda. Li vede dallo specchietto che si avvicinano: fortunati quelli, che si possono muovere in ‘sto casino.

Guarda la carogna di un qualche animale – un cane, un gatto – che lentamente si avvita sull’acqua, seguendo la corrente: è quasi arrivata al ponte, beata lei.

Ed è così: di colpo.

Uno schianto fragoroso. Un’esplosione rumorosa di mille pezzi di vetro che lo assordano e lo accecano per dei secondi interminabili: pensa ad un rigurgito di terrorismo, ad una bomba da qualche parte. Quando riapre gli occhi, sente una voce affannata e nervosa nelle orecchie.

- La valigia. Dammela. Subito.

Subito non capisce. Non capisce chi è quello lì, con il casco in testa, incorniciato dai vetri rimasti sul telaio del finestrino della portiera, che si sporge dal sellino posteriore di una moto, agitando freneticamente le mani: e soprattutto non capisce perché voglia la sua valigia. E’ mia, vorrebbe dire.

- La valigia. Sbrigati. Cazzo.

Non riesce a muoversi, è come incollato al sedile, e comunque non vuole: quello davanti sulla moto urla qualcosa al suo passeggero girando appena la testa e sgasando con la manopola; quello dietro gli riurla qualcos’altro e gli dà una gomitata sulla schiena poi si tuffa dentro alla cornice riemergendo con la sua valigia in mano.

Adesso sì che si muove: è quasi un istinto materno: è la sua valigia quella, il suo bambino. Scatta in avanti e le sue mani si incrociano con quelle dell’altro, si avvinghiano sulla pelle nera dei guanti e si stringono su quella marrone della maniglia. Ce la fa. Ce la sta per fare: quello perde l’equilibrio.

Ed è così: di colpo.

Una terza mano che spunta e regge una cosina nera, lucida, troppo pulita: un giocattolo come quelli di suo figlio.

Un rumore come un tuono e un sapore strano in bocca: non è vero che si rivede tutta la vita in un attimo, come un soffio di vento.

Se ne va, invece, come un soffio di vento, lasciando un odore insolito e un clacson che urla e urla e continua ad urlare fino a che qualcuno non gli alza la fronte bianca sporca di capelli bagnati di rosso.

Il bidone e la corda

IL BIDONE E LA CORDA.

 

Non mi sembra di starci tanto male.

C’è questo spiffero qui, di aria fredda e bagnata che mi arriva dritto dritto sul collo e che, ogni tanto, mi scompiglia i capelli sulla nuca, come una carezza triste. Arriva da quella finestrella alle mie spalle, che fa trapelare qualche filo bavoso di luce nel buio fitto, odoroso di muffa e vecchi mattoni stantii.

D’altraparte è una cantina.

Ci sono arrivato quattro o cinque giorni fa. Non lo so di preciso perchè ho perso il conto. Pensavo facessero prima, ma non dispero: prima o poi arriveranno.

E pensare che mi sembrava un posto fin troppo facile, ovvio, dove cercarmi: vicino a casa – anzi, sotto – appena appena separato dalla vita da quella porticina di legno slabbrato ai bordi, che si intravede a malapena, sporca e fradicia di umidità.

Come ci sono arrivato e perché, vi chiederete.

Nel modo più semplice. Ho disceso le scale del mio palazzo – una di quelle case popolari, basse e senza ascensore – ed ho aperto il lucchetto con le chiavi che stanno nel barattolo in cucina, dentro lo stipo. Ho acceso la luce, cioè, la lampadina da venticinque watt tutta impolverata che penzola sul suo filo dal mezzo del soffitto: così, per dare un’ occhiata e vedere dove legarla.

L’ho spenta quasi subito, ché mi faceva tristezza vedere tutte quelle cose vecchie, dimenticate, che si abbandonano appunto in cantina, e che poi macerano l’una accanto all’altra e perdono pian piano la loro identità, fino a confondersi: come i ricordi.

Però ho fatto in tempo a vedere la copertina – mezza strappata e annerita – del mio libro di storia di terza media.

Io non andavo mica tanto bene a scuola. Forse ero un po’ tardo: facevo fatica a leggere. Il fatto è che  balbettavo. Poco, però. Anche adesso balbetto. Solo sulle iniziali delle parole: soprattutto quelle che cominciano per “B” o per “M” o per “P”. Le cose. Le labiali, forse, si chiamano.

Magari mi sbaglio perchè, ripeto, non andavo bene a scuola. Anche quando non leggevo a voce alta, quando leggevo dentro la mia testa, mi capitava di balbettare, e succedeva che stavo delle mezz’ore intere su certe pagine prima di riuscire ad arrivarci in fondo. E quando ci arrivavo mi accorgevo – per lo sforzo – di non aver poi capito molto. Quando mi interrogavano,  facevo scena muta, così non balbettavo.

Però la storia mi piaceva.

Non chiedetemi le date o i luoghi delle battaglie, o i nomi dei generali o dei re. Quelle cose lì, no.

Mi piaceva invece l’idea di tutti quegli uomini che facevano delle cose neanche tanto importanti: piccole. Minime. Poi, alla fine, si scopriva che quelle cose minuscole, di poco conto, messe l’una accanto all’altra cambiavano il mondo. E la vita.

Anche a me sarebbe piaciuto fare qualche cosa, ma piccola, eh; che poi magari messa insieme a delle altre cambiava il mondo. Và bòn.

Insomma, dato che a scuola così così, e in casa mia soldi non ce n’era granché, mi son messo a fare l’orefice.

Per chi non lo sa, è un bel lavoro fare l’orefice.

Avevo un amico che lavorava alla Michelin a Spinetta: stava al montaggio e ogni tanto, quando ci vedevamo, mi raccontava che roba era lì, in quell’industria, dove per delle ore di seguito ti trovavi a fare sempre gli stessi movimenti che ti si cambiava anche il respiro, e tenevi gli occhi fissi nello stesso punto: quel punto che sognavi anche la notte.

Invece l’orefice è tutta un’altra storia.

Intanto ogni giorno lavori con dei pezzi diversi. Beh, sì, ogni tanto ti trovi da fare una ventina di anelli tutti uguali, ma van via veloci: e non sono perfettamente identici. Poi è anche una roba artistica: insomma fai dei gioielli che le donne – e anche certi uomini – si mettono addosso per farsi più belle. Ed è una roba antica, i gioielli. Antica come il mondo.

Anche lì, fossi stato più veloce a leggere, mi sarebbe piaciuto imparare la storia dell’oro, fin dai Romani, o prima ancora.

Nella mia fabbrica  avevo una decina di libri che parlavano delle mode che c’erano tanti anni fa: un sacco di volte guardavo le foto e i disegni che c’erano e copiavo qualche cosa. Eh. Perchè non mi ricordo chi l’ha detto, ma per imparare, prima bisogna copiare.

La mia fabbrica era proprio mia. Sì, perchè, dopo un bel po’ di anni a lavorare sotto padrone, ho aperto con un altro mio amico una fabbrichetta tutta mia, e anche sua, ovvio: metà sua e metà mia.

Io facevo i modelli e lui li incassava. Mica male, no? Lavoravamo con delle ditte sulla piazza, più che altro viaggiatori che ci davano l’oro e le pietre in conto  lavorazione e poi ci pagavano la manodopera.

Dopo, però.

Sempre a litigare per farci dare i soldi.

Poi ci siamo ingranditi e lì sono cominciati i guai. Beh, mica lo sapevamo allora che ci stavamo inguaiando, anzi eravamo tutti elettrizzati dalla piega che prendevano le cose. Insomma, un giorno ci suona alla porta   uno (che poi erano due) che si presenta come un grossista e dice che ha avuto il nostro indirizzo da una ditta con cui lavoravamo fino a un anno prima.

Li facciamo entrare, guardano il campionario, ci fanno dei sorrisi, che bello qui, che bello là, ma che buoni prezzi che fate, e sì sì sì, è proprio la roba che fa per noi, ci mancava proprio e che fortuna che ci siamo incontrati, che stavamo tornando a Napoli senza passare di qui.

Proprio una bella fortuna.

Insomma, risultato: venti milioni di ordine! Non ci credevamo quasi. In un colpo solo!

Però, però, io e Santo ci guardiamo negli occhi (Santo era il mio socio) come a dire: però chi li conosce? D’accordo che l’oro e le pietre ce le davano loro, ma venti milioni di manodopera, mica si scherza!

Insomma, telefoniamo a quella ditta che conoscevamo e quelli ci fanno: mah, ci abbiamo lavorato tre mesi fa, un ordine solo, però pagato regolare, ma di più: chì cà vuréii c’av digga, ciamé la banca.

Abbiamo chiesto alla  banca, che si è informata dalla banca di quelli, e ci ha detto: niente da segnalare, è una ditta giovane, una SRL, un anno di attività, ma niente problemi, nessun protesto fino ad ora: andateci tranquilli, che però voleva dire calmi.

Poi l’oro è arrivato, le pietre anche, e quelli telefonavano un giorno sì e un giorno no per chiederci come andava l’ordine. Poi dicono, guarda, dobbiamo venire su da un’altra ditta, e se è pronto, passiamo noi a ritirarlo. Noi avevamo sempre qualche dubbio invece, tràk!, non ti arrivano lì con il contante?

Eh beh, allora è gente seria, e io e Santo felici come due pasque, tanto che io quella sera ho comprato al mio Gianluca uno di quei robòt che si smontano tutti, i trasformin si chiamano, e anche una borsetta alla Tina.

Passano neanche due settimane e – dingdong! – suonano ancora loro alla porta. Saluti e anche abbracci, e anche una scatola di biscotti tipici loro (buoni, però troppo dolci). Gente simpatica eh? Davvero.

Come va? ci domandano e dicono: la merce va benissimo, la stiamo vendendo così – schiocco delle dita – e siamo venuti a riordinarne un po’, e anzi, magari ci aggiungiamo qualche modello nuovo, c’è? Io dico che qualcosa c’è, ma se vogliono possiamo fare qualcos’altro in una settimana e tiro fuori i miei libri con i disegni.

Risultato: cinquantamilioni di ordine. La Madonna!

A Santo dopo ci ho detto: dài che quest’anno compriamo la macchina per fondere, e lui: sì, ma mi compro anche lalanciatema. A lui piacciono le automobili.

A me, delle auto, non me ne frega  niente. Io pensavo solo a ingrandire la fabbrica e a farla funzionare meglio.

Poi succede che ‘sto grossista comincia a mandarci ordini e man mano che noi glieli consegnamo, lui ci dà degli acconti. Tipo: ventimilioni su cinquanta ordinati.

Poi, un giorno che pioveva da matti – me lo ricordo perché alle tre abbiamo dovuto accendere le luci tanto era buio – arrivano ancora e ci fanno: qui c’è da lavorare un sacco, proprio tanta roba, perché abbiamo allargato il giro e facciamo anchela Sicilia adesso, però non ce la facciamo ad anticiparvi l’oro – e noi neanche, gli abbiamo detto – e loro: allora fate un prestito d’uso. E cos’è?

Ce l’hanno spiegato, così, cosà, la banca, l’oro in affitto.Bòn. Fai il prestito d’uso e poi compra anche le pietre, che anche quelle non potevano più mandarcele. E’ lì che son cominciati i debiti con le banche, e anche con i pietrai.

Però gli ordini - tàn,tàn - quasi ogni settimana, non grandi come i primi, ma continui.

Ecco, adesso voi pensate: ma come facevate a non vedere come poteva finire? Eh. Ma quando hai il lavoro, sei preso; devi sempre correre per quello e per quell’altro; sei concentrato su quello che fai ogni giorno e magari ti sfugge quello che accade in tutto l’anno. Come la questione della storia alle medie, no? Tante piccole cose che ne fanno una grande.

Insomma, un giorno Santo mi fa: vieni un po’ di là, e mi mostra un foglietto con su scritta una cifra con tanti zeri che subito non ho mica capito quant’era. Cos’è, gli dico. Cinquecentomilioni, fa. E beh?

Come, e beh? Son cinquecento i milioni che ci devono: il conto degli ordini ancora da pagare!

Ma và là che ti sei sbagliato, mi scappa quasi da ridere. E lui, tutto serio, no, no, ho fatto la somma sulla calcolatrice, tò, guarda!

Signùr.

Bon, non è meglio che ce li chiediamo un po’? Prendi il telefono e gli spieghi com’è, e quelli fanno, sì, sì, ma non parliamo di cifre al telefono, ci vediamo venerdì ché veniamo a saldarvi un po’. Va bene, va bene, a venerdì.

In quei due giorni lì mangiato poco, digerito male e mi svegliavo di continuo la notte.

Arriva venerdì, ma loro no.

Ritelefona, ma nessuno risponde, solo il tùu della linea libera. Abbiamo telefonato due giorni di seguito ma sempre uguale: il terzo giorno faccio il numero e sento una voce registrata che dice: il numero non appartiene al distretto o una roba così. Ma, come.

Telefona alla Sip allora e ci dicono che no, il numero non è più collegato. Che roba ca l’è?

Io e Santo ci guardiamo negli occhi e vediamo lo stesso spavento, e di sicuro pensavamo la stessa cosa: cinquecentomilioni, cinquecentomilioni.

Santo è anche andato là, all’indirizzo dove spedivamo tutta la roba, ma non c’era che un appartamento di due stanzette, tutto vuoto, sfitto da una settimana, e il padrone non sapeva neanche come si chiamavano i due che l’avevano affittato.

Insomma, poi il commercialista ci ha spiegato che la Srlera una cosa che, anche se li ritrovavamo non si poteva far un bel niente. Un bel niente? Ma, ti dico, che se li ritrovavo, niente era quello che rimaneva di loro!

Non li abbiamo più ritrovati.

E anche a me non mi trovano.

Io però aspetto, ho tempo, e prima o poi arriveranno. Eppure mi sembrava così facile: sono qui sotto casa, dietro ‘sta porticina appena accostata, fermo, immobile, duro come una pietra, appeso a questa corda che non dondola neanche un po’.

 

I fiori del cortile

I FIORI DEL CORTILE.

 

Dalla mia finestra vedo un sacco di cose: praticamente tutto il cortile.

Uso quasi sempre un occhio solo, perché il mio banco è messo di fianco alla finestra e non posso stare tutto il tempo voltato, sennò lo senti il padrone.

Sulla destra c’è il braccio più lungo della casa, per metà ricoperto di edera grassa, dove ogni estate le vespe – dimentiche della bruciatura dell’anno precedente – fanno il nido. Così il signor Carlino, ciabattino in pensione, è costretto a dargli fuoco con un po’ di carta imbevuta di benzina, e noi usciamo tutti a vedere il rogo.

Ci sono due balconi al primo piano, che poi è anche l’ultimo: una volta le case non le facevano più alte. Il primo, quello che ha sempre panni stesi ad asciugare al vento, appartiene all’appartamento di un siciliano scuro in volto che fa il muratore e ha una moglie grassa e prolifica. Infatti al filo teso sono appesi perlopiù indumenti per bambini: ne hanno tre e l’ultimo è nato quattro o cinque mesi fa. Ogni mezz’ora piange e il mio padrone crista.

Il secondo balcone è di Carlino, ma qui non c’è mai nulla steso al sole: anche le imposte sono chiuse, per sempre. C’è la camera da letto lì, e pare che il signor Carlino dorma sul divano in cucina, da quando gli è morta la moglie per un cancro da qualche parte.

Sotto i balconi ci sono due porte alte, di accesso agli appartamenti: quella del muratore è verniciata nuova e ha delle tendine bianche con fragoline rosa e foglie verdi; quella di Carlino non ha nulla, ma dentro è così buio che anche sforzandosi non si vede mica niente. Proprio vicino alla sua porta c’è una pila di cassette da frutta per metà vuote: quelle più in basso ospitano un po’ di cipolle e aglio e qualche mela raggrinzita. Il signor Carlino deve avere un pezzo di terra vicino a Pelizzari o giù di lì. Ci va sempre in bicicletta, tutti i pomeriggi alle due e mezza, dopo il pisolino: la bicicletta non la vedo, ma so che è sotto all’androne.

Sull’angolo della casa, dopo l’appartamento di Carlino, c’è la ritirata – il cesso, come diciamo noi – un gabbiotto di mattoni forati, che si vede che non appartiene al corpo principale ma che è stato costruito dopo. L’ha fatto il muratore siciliano su richiesta del mio padrone, perché sennò dovevamo andare a casa sua, a farla. Ha un tetto piatto di eternit ondulato e una porta di legno scuro, con una rete di plastica verde nella metà superiore, così ci entra un po’ di luce e di aria e quando ti accucci sulla turca puoi guardare fuori il cielo, senza che nessuno ti veda.

Non c’è molta puzza perché a ridosso del gabbiotto il mio padrone ha piantato un cespuglio di rose, che di questa stagione profumano tutto il cortile. Il cespuglio di rose fa già parte del giardino che fronteggia la casa del padrone, che comunque un nome ce l’ha, anche se non l’ho ancora detto: si chiama Marcòn, con l’accento sulla “òn”. E’ di origine veneta.

Marcòn si è fatto dal nulla: ha cominciato da bambino a lavorare come apprendista, poi operaio, e alla fine ha fatto una società con un viaggiatore, che andava in giro a vendere gli anelli, e cominciava già a stare bene. Quello però, ad un certo punto, è scappato in Svizzera con una ballerina brasiliana. E con tutta la valigia.

Marcòn lo racconta spesso di quando è andato fino a Ginevra e l’ha trovato che faceva colazione con quella ballerina, sulla terrazza del Grand Hotel. C’era tutta gente elegante lì, tipo inglesi o tedeschi, anche qualche giapponese con gli occhi storti, e i camerieri tutti in tiro, uno o due per tavolo che aspettavano il movimento di un dito dei clienti per scattare. Dice che c’era un lungo tavolo pieno di ogni ben di dio, che altro che colazione, sembrava più un banchetto da sposa.

E in mezzo a tutto ‘sto splendore lui, il Marcòn, si piazza a gambe larghe davanti al viaggiatore, lo chiama a voce alta che tutti si son girati, e gli fa:

- Era meglio se scappavi con una svizzera in Brasile, che fino a là non ci arrivavo, mona!

E poi l’ha preso e l’ha buttato giù dalla terrazza nel lago. Un salto di almeno quindici metri, dice ridendo Marcòn.

Però poi basta: mai più soci, si è promesso.

Gli affari gli sono andati bene, si è specializzato nel fare anelli e orecchini con le perle – roba che costa poco – e li vende a Carniani, il più grosso di Valenza, e il lavoro non ci manca mai. Vabbe’ che siamo solo in cinque in fabbrica – me incluso – però lavoriamo un sacco, compreso il sabato, e a volte la domenica mattina.

Coi soldi si è comprato la casa qui, proprio di fronte alla finestra, quella col cespuglio di rose.

Se ne era innamorato un bel po’ di anni fa, quando aveva appena aperto la fabbrica in questo cortile.

Ci abitava una vecchia sdentata che ci dava dentro coi bottiglioni e dopo dava anche giù di testa. Urlava e sputava e ce l’aveva sempre con la moglie del Carlino, che un po’ maligna però lo era, se è vero che il vino che ogni tanto le regalava nei momenti di pace, era composto dal fondo delle bottiglie del Carlino mischiato con aceto.

Ma la vecchia buttava giù tutto, comunque.

A noi veniva a chiedere le caramelle, che poi masticava a bocca aperta, lasciando intravedere le gengive nere e consumate.

Quando è morta – cirrosi epatica o che so io – il figlio, che faceva l’avvocato in un’altra città, non ci ha messo né uno né due a vendere la casa a Marcòn, che l’ha rimessa tutta a nuovo.

Sul davanti della casa c’è pieno di fiori e piantine tipo rosmarino, e un recinto basso di legno dipinto di bianco, così che sia chiaro che da lì comincia la sua proprietà.

Ci sono due porte: una dà sulla cucina, dove c’è un bel tavolo di metallo con il piano in fòrmica verde pallido; l’altra sulla sala, con due divani e il televisore: lo so perché ogni tanto ci vado io a chiedere lo zucchero per il caffè – quando finisce – alla moglie del padrone.

Laura Marchini in Marcòn si chiama.

Lo so che fa ridere: sembra una filastrocca.

E’ giovane, molto più giovane di lui: avrà solo quattro o cinque anni più di me, ed è anche benfatta: tutta scura e mora con gli occhi grandi e profondi. Viene dalla Toscana  e chissà perché si è fermata qui. Non hanno figli, non ancora almeno, ma è poco che sono sposati.

Lei sta in casa tutto il giorno con la radio accesa: esce solo al mattino per fare la spesa nei negozi in fondo alla piazza. Ogni tanto gira per il giardino e taglia qualche fiore che poi fa seccare, appeso a testa in giù fuori della finestra.

In fabbrica non ci dovrebbe venire mai, dice: io penso che glielo abbia proibito il marito, che è abbastanza geloso e poi, noialtri, siamo tutti bei ragazzi giovani.

Quando lei si intaglia che Marcòn è uscito per qualche commissione, si sporge dalla cucina e mi chiama con la sua voce pigra:

- France’! France’!

Io mi chiamo Francesco, anche se tutti mi chiamano Franco. Per lei sono France’.

Mi chiede dove è andato suo marito, e se la destinazione le sembra abbastanza lontana o vincolante per un po’, attraversa il cortile e si piazza seduta sul banchetto da imbottire, accavalla le gambe e si fa accendere una sigaretta. Poi comincia a chiedere cose sul lavoro: a che serve quello, come funziona questo, e fammi vedere quello.

Ormai le abbiamo spiegato tutto quello che sappiamo sull’oro e sui vari tipi di lime, ma ogni volta lei sembra dimenticarsene e giù a chiedere ancora. Devo dire che il ritmo di lavoro rallenta molto quando c’è lei: siamo tutti un po’ distratti e ognuno cerca di fare bella figura raccontandogliela meglio degli altri.

L’Andrea e il Luigi le domandano invece dove va a ballare il sabato, e lei risponde che non ci va mica a ballare: a suo marito non piace e non la porta da nessuna parte. E loro a dire che peccato, magari glielo chiediamo noi a Marcòn di portartici e le guardano le gambe e le tette. Poi lei si fuma un’altra sigaretta:

- Francè – mi dice – mi dai una marlboro - perché le sigarette le chiede solo a me, anche se fumiamo tutti.

Ogni volta se ne va un attimo prima che ritorni Marcòn, come se lo sentisse arrivare al di là del portone.

Certe domeniche mattina, quando a lavorare ci siamo solo io e Marcòn, lei si siede sul tavolo in cucina, davanti alla finestra, si tira un po’ su la gonna, che comunque porta cortissima, e appoggia il calcagno sul bordo del tavolo, poi comincia lenta a spennellarsi lo smalto sulle unghie dei piedi.

Allora io mi incanto a guardarla e ripenso a quel sabato che Marcòn se n’era andato alla fiera di Vicenza: io che passo di lì quasi per caso, lei che mi chiama dentro con la voce roca, e  poi il suo profumo, i suoi capelli, la sua bocca calda.

Dopo, mi ha chiesto una sigaretta.

Una volta Marcòn s’è accorto che lei mi sorrideva dalla cucina: ha incrociato i miei occhi per un attimo, senza dire niente. Io ho abbassato subito il muso sulla tolla, con le orecchie che bruciavano, e l’ho tenuto lì tutta la mattina. Marcòn è un bel pezzo di marcantonio e mi sono ricordato del tuffo del viaggiatore.

Il giorno dopo, quando arrivo al mattino, ho trovato un cespuglio di rose piantato davanti alla finestra della cucina. L’ho guardato per un po’, per abituarmi alla sua nuova presenza.

Sembra il gemello di quello vicino al cesso: solo un po’ più piccolo.

Ma crescerà.

Chiudi la porta

CHIUDI LA PORTA.

 

Si chiude la porta blindata alle spalle: quattro giri di chiave mentre getta uno sguardo laterale, alle ombre buie e indistinte, inzuppate di nebbia e gelo.

E’ – come sempre – teso per un istante, timoroso di una improbabile aggressione: due fari che bucano l’aria densa e stridono frenando, quattro braccia che lo immobilizzano e una canna fredda sulla schiena, che lo costringe ad un cammino a ritroso: dopo la porta blindata, oltre il laboratorio, fino all’ufficio e dentro la cassaforte: fino all’oro.

E’ già accaduto in città; non troppo spesso, d’accordo, ma con questa nebbia scura non si può mai dire.

Si lascia avvolgere dai sedili in pelle, odore e colore del cuoio: sono freddi e preme il pulsante per riscaldarli.

Accende il motore: non si sente quasi nulla, se non una lieve elegante vibrazione e sul cruscotto iniziano a danzare una serie di lancette e frecce e scale graduate.

- Gran bella macchina – pensa.

E’ la terza in un anno che cambia: forse ci ha perso qualche milionata, ma che importa; meglio spenderli così che farseli mangiare da Roma. Pensa che voterà il Bossi anche alle prossime elezioni.

Sono già le otto e le strade sono deserte; una luce giallastra illumina le finestre della cucina o della sala da pranzo, dove tutti stanno cenando. Più tardi la luce diventerà azzurra, quando sarà la televisione a mangiare.

Dal viale alberato gira a destra e sbuca sul Corso, vuoto e spento come un lunapark nel giorno di chiusura.

Gli occhi contano le insegne delle gioiellerie dai nomi preziosi, i più nati da una colata di metallo giallo e preposizioni articolate: Orosù, Orotra, Oroper. A volte si rallegra triste nel trovarne una nuova e la guarda scomparire lentamente nello specchietto, dimenticando il conteggio.

Le insegne illuminate dei negozi sono le uniche cose vive che incontra: anche i bar sono chiusi e bui: tutto il centro abbassa la serranda all’imbrunire.

Esce a quest’ora perché è sempre difficile staccarsi dallo stock o dalla scrivania, soprattutto adesso, con questa recessione che rende incerto e preoccupato lo sguardo sull’anno che viene; e poi gli piace vedere la città così tranquilla e silenziosa: non come a mezzogiorno, che sembra di essere a Milano: venti minuti per fare due chilometri.

- Domani ci vado in bici in fabbrica – dice; ma poi pensa alla sua mercedes nera.

Anche il Bastardo aveva una bella macchina. Se lo ricorda bene il tipo: sorriso melato, faccia abbronzata, vestito stirato, capello leccato. Toccava e rigirava gli anelli come fossero dei calamari su un banco del mercato.

- Vedrà – diceva – questo è solo l’inizio, il tempo di farli girare e nel giro di una settimana le arriveranno gli ordini come piovesse.

Il Gran Bastardo.

Invece c’è voluto più di un mese solo per capire che quello stronzo non avrebbe più pagato; quindici milioni più l’oro. Tanto non c’è fattura.

La luce arancione lampeggia sul cancello che si apre: spegne il motore dentro il garage. Si scontra quasi con il vicino, che è sceso in cantina e regge una bottiglia di vino: fa le chiusure, lui.

- ’Mé c’lè? - gli chiede mentre salgono in ascensore.

- Basa.

- E la fera?

- Medésem.

Si scambiano un saluto sul pianerottolo e si lasciano con uno speranzoso - Andüma anà.

- Ciao.

La vocina sottile di sua figlia gli risponde dalla poltrona della sala, dove un cartone animato giapponese le sta rubando gli occhi ed i pensieri. La saluta con un bacio tra i capelli.

- Spòstati che non vedo!

Si toglie le scarpe e sciabatta verso la cucina: moglie che stira, odore di pollo di rosticceria, forno acceso a scaldarlo.

- Guarda che la roba da rodiare non era pronta – dice lei allungando una camicia sull’asse – ripasso domani mattina.

Lui apre il frigorifero e si versa un bicchiere d’acqua.

- A proposito, domani vengo più tardi in fabbrica – continua – accompagno Silvia all’ospedale, per controllare quella tosse…

Lui annuisce e si stropiccia un occhio con la mano, ha una pagliuzza d’oro infilata in un dito. La camicia stirata vola su una sedia, in cima alle altre.

- Mangiamo? – fa.

 

Sono le undici e mezza. Il telecomando non funziona più: per cambiare i canali deve muoverlo su e giù, come per fare delle segnalazioni marittime: saranno le pile.

Arriva sul COSTANZOSCIOU’ e si ferma: c’è un tale che non conosce che sta parlando proprio della città: dice che è una città dove un chilo di mele costa diecimila lire. Continua a ripeterlo e ogni volta si indigna un po’ di più.

Vorrebbe chiedere alla moglie quanto costa un chilo di mele, ma lei si è addormentata sul divano di fianco: russa delicata.

Lui sbadiglia e si stropiccia gli occhi arrossati ancora una volta.

- Magari – pensa, – una sera si potrebbe anche uscire per andare, che so, al cinema.

Ricorda quando ce n’erano tre, di cinema, e uno faceva anche teatro, anzi si chiamava il Teatro. Gli altri si chiamavano l’Italia e il Politeama. E c’erano begli spettacoli a teatro: lui non c’era mai andato – poco tempo – ma il fatto che ci fossero lo faceva sentir bene.

Poi il Teatro, unico superstite, aveva cominciato a programmare solo film a luce rossa, per spettatori frettolosi con il bavero rialzato. Poi più niente.

Certo, a pochi chilometri c’è Alessandria, ma – tira fuori la macchina, guida in questa nebbia: troppo complicato.

Cambia ancora e si ferma su un’asta televisiva dove vendono gioielli. Quello che parla sbavando lo vede ogni tanto per la strada – sempre a parlare – con il telefonino, però. Anche lui vuole comprarsi un telefonino.

Fa un rapido conto di quanto costa di manifattura una collanina e spegne la tivù.

L’ultima cosa che vede, prima di addormentarsi, è la porta blindata della fabbrica, eterna e pesante come una lapide.

Batista

BATISTA.

 

Ha i capelli fitti e grigi, tagliati a spazzola, con l’attaccatura bassa sulla fronte, appena sopra le sopracciglia.

Porta i sandali anche d’inverno, con le calze però. Si muove sempre e solo in bicicletta – che la patente non l’ha mai presa – ma nessuno lo ha mai visto arrivare o partire, perché è sempre il primo ad aspettare, fuori dal portone di legno verde sudicio, che Biletto – il padrone – scenda ad aprirlo. Ed è anche l’ultimo ad andarsene, a volte letteralmente sospinto all’uscita dal padrone, dopo aver spento tutti i cannelli e pulito e ramazzato sopra e sotto i banchi del laboratorio.

Si chiama Batìsta – anche se nessuno sa se è il suo vero nome – ma comunque gli sta bene, è un nome appropriato, perché è sempre riverente e servizievole come un maggiordomo, pur non avendone minimamente l’aristocratico portamento, né lo sguardo pronto e intelligente. Batìsta è cortese e premuroso quel tanto che basta a farlo considerare uno scemo inconsapevolmente contento di esserlo.  Quando in fabbrica lo chiamano, e cioè continuamente – Batìsta! Batìsta! – lui arriva di corsa, trotterellando sui suoi sandali come un bambino felice e fermandosi ad un paio di metri – di più non osa avvicinarsi -  mima un mezzo inchino, piega la testa di lato e ti guarda con i suoi occhi color del cielo d’aprile, del cielo vuoto, senza una nuvola maliziosa né un pensiero vaporoso, mentre la sua bocca, con un sorriso timido e chiuso sui denti si presenta: – Son Batìsta. Comandi.

Perché di Batìsta una cosa si sa con certezza: che è veneto, della provincia di Rovigo, di quella bassa zona del Po chiamata Polesine, allagata dal fiume alla fine degli anni Cinquanta. Batìsta è arrivato alla stazione un pomeriggio di quei tempi, insieme agli altri sfollati, ai piccoli senzatetto che l’inondazione, come un secchio d’acqua gettato su un formicaio, ha distribuito un po’ ovunque qui in Piemonte ma anche in Lombardia e in Romagna.

Batìsta era una di queste formichine bagnate e semi affogate che, appena scese dal treno, si guardavano intorno, con la paura di quello che avevano appena passato e il timore di ciò a cui stavano andando incontro, cercando di immaginare la natura del lido dove l’umida mano del destino le aveva gettate.

Non erano in molti, forse cinque o sei – ché il treno parecchi ne aveva scaricati alle fermate precedenti e molti altri ancora sarebbero scesi più avanti, seguendo un imperscrutabile disegno degli zelanti accompagnatori designati dal comune di Rovigo, che si era fatto carico di organizzare la diaspora dei calamitati – e tutti giovanissimi, dai cinque ai dieci anni, con i pantaloncini corti e le scarpe da ginnastica di tela blu, ognuno con un cartellino di carta pesante attaccato al petto, con scritte le generalità, come fosse stato il prezzo dell’indumento.

Al centro del gruppo ma un po’ in retrovia svettava Batìsta, un giovanottone sui vent’anni, precocemente invecchiato – che la natura la sua regola ce l’ha: se ritarda qualcosa, accelera qualcos’altro – carico dei fagotti e delle borse di tutti gli altri.

Nei suoi occhi non c’era paura o timore, e nemmeno curiosità; pure il suo sguardo non stava fermo, sembrava eccitato e in qualche modo alla ricerca di qualcosa: di qualcuno che gli dicesse ad esempio: – Senti Batìsta, vedi laggiù quel negozio? Bravo. Fai una corsa e prendimi un pacchetto di Alfa. Via!

Una cosa così.

Furono distribuiti – i ragazzini sfollati – presso le famiglie che si erano rese disponibili, la cui disponibilità economica fosse sufficiente a mantenerli, e Batìsta fu assegnato ai coniugi Mirandola, una coppia ormai anziana, senza figli, che gestiva un polveroso negozio di stoffe in fondo al Corso, e che abitava in campagna, sulla strada per Frescondino.

Luigia Mirandola – detta la Gina - aveva scoperto con sollievo di non poter dare vita ad alcuna creatura parecchi anni addietro, e il sentimento filiale era così scarso da farle rifiutare, sdegnata, le reiterate proposte del marito di adottarne una. Al contrario di lei, il marito, il Gino, avrebbe regalato tutte le stoffe più belle e preziose, i pizzi e i broccati e le sete, per poter sentire finalmente qualcuno chiamarlo papà e magari anche andarci a pesca insieme, fosse anche un giovanotto di vent’anni, massiccio e rubizzo, con uno sguardo ceruleo e incantato - la Gina lo definiva cascato, lo sguardo – e un paio di calze a righe gialle e rosse che si mostravano tra le strisce di cuoio dei sandali.

Così l’auto – un’Appia verde pisello – era ripartita dalla stazione carica di sentimenti se non contrastanti, sicuramente diseguali, che andavano dalla gioia sfrenata del Gino – che si sentiva per la prima volta, e alla veneranda età di sessantasette anni un vero padre -, alla stizza e al dispetto della Gina – che si rammaricava di non aver opposto una maggiore resistenza al marito per questo caso che lui definivaprofondamente umanitario e comunque non definitivo - fino ad arrivare  alla indifferenza impenetrabile e incosciente di Batìsta, che guardava incantato una sbreccia tura sull’angolo del sedile, da cui usciva un po’ di gommapiuma gialla.

La Gina pensava che era stato il non definitivo ad abbagliarla e convincerla ad accogliere un profugo in casa sua, e già quel primo giorno, sulla strada sterrata che saliva alla cascina sulla collina, sperava che la definizione della cosa arrivasse al più presto.

Invece, sin dalla settimana seguente, la prima settimana di permanenza di Batìsta in casa, i coniugi Mirandola si resero conto – il Gino con silenzioso dispiacere, la Gina con loquace sollievo – di aver adottato, se pur temporaneamente, non un ragazzo strappato alla sua terra, portato via dalla corrente e gettato su una spiaggia sconosciuta e perciò spaventato e affamato, bisognoso di cure e attenzioni, indigente di affetti e istruzione, cui bisognava accudire con più zelo e impegno – se possibile – che per un figlio vero; bensì di aver aperto le porte della loro casa – e del loro cuore, diceva il Gino – ad un ventenne precocemente invecchiato, con lo sguardo fisso e il sorriso ebete dell’idiota ben riuscito, la cui sollecitudine principale sembrava essere quella di rendersi utile in qualunque momento e servire come un lacchè chiunque si trovasse davanti.

Al contrario degli altri ragazzi arrivati con il treno, nessuno si informò mai di che fine avesse fatto il ragazzo con i sandali, né mai lui sembrò pensare a parenti o familiari lasciati da qualche parte, e così divenne ospite definitivo dei coniugi Mirandola, assunti al ruolo di famiglia.

Quanto a lui – poiché la Gina non lo voleva tra i piedi in negozio perché, diceva  non sta bene con il resto,  entrò come garzone tuttofare, grazie alla intercessione del Gino, nella fabbrica del Biletto, suo remoto compagno dell’avviamento.

Costui – un po’ per l’età avanzata, che rende più dolcemente disponibili e comprensivi alle disgrazie altrui, un po’ per una naturale inclinazione alla bontà – si prese cura del ragazzo e si ingegnò di procurargli le più disparate mansioni al fine di tenerlo occupato, senza per questo nuocergli inserendolo in attività in qualche modo pericolose.

Insomma,  a Batìsta venne assegnata la pulizia della turcanel cortile, la ramazzatura del cortile stesso oltreché quella del laboratorio, e naturalmente tutte le rapide e semplici commissioni nei dintorni della fabbrica, come quella di rifornire di sigarette, caffè o panini tutti i suoi colleghi.

In principio fu ovviamente bersaglio di innumerevoli – e alcuni innominabili – scherzi, nonostante la severa proibizione, accompagnata da pesanti scappellotti sulla nuca, del Biletto; scherzi che comunque sarebbero continuati clandestinamente e che invece si interruppero del tutto e improvvisamente.

Un giorno – era un mercoledì pomeriggio afoso e elettrico – l’orafo anziano, il più simpatico e il più cattivo, gli lanciò la classica moneta da cento lire arrossata alla fiamma del cannello, gridandogli:- Batìsta! Al volo!

E Batìsta, pronto e veloce come sempre al suono del suo nome, allungò la mano – mentre la fabbrica tratteneva il respiro, preparandosi alla scenetta e alla seguente risata generale – e la strinse nel pugno apparentemente senza reazione e poi gliela riportò – sempre stretta nel pugno – nel silenzio generale.

Qui aprì la mano che mostrò la moneta posata sul palmo aperto, mentre all’orefice il sorriso si spegneva in qualcosa di freddo giù per la schiena, nel vedere la pelle che sfrigolava sotto il metallo incandescente e un filo sottile e nauseabondo di fumo di carne bruciata gli entrava negli occhi e nel naso e le sue orecchie sentivano, per la prima volta con orrore:- Son Batìsta. Comandi.